Una vendemmia, per un Barolo che verrà

Claudio Alario, da Diano d’Alba, è definito un po’ dappertutto come un produttore “emergente” nel vasto mondo del vino piemontese e italiano in genere. Lo conobbi l’anno scorso, per caso, durante un giro a zonzo per le Langhe, alla scoperta di La Morra, Verduno, Serralunga e Diano d’Alba. A pranzo, al ristorante, abbinammo ai golosi piatti piemontesi del menu un Dolcetto di Diano d’Alba scelto casualmente tra quelli in carta: ci bevemmo un Dolcetto di Diano d’Alba DOC 2000 chiamato Costa Fiore, che ci piacque molto. Il produttore era un tale Claudio Alario, e a questo punto perchè non andare a trovarlo in cantina e acquistare un paio di bottiglie? Non facile da trovare, però la cantina. Alla fine vi approdammo e Claudio Alario, con le mani colorate dal dolcetto che stava lavorando in cantina, ci tenne compagnia per un’ora abbondante lasciando perdere il lavoro. Fu una conversazione molto piacevole, l’uomo è molto alla mano e ci si parla insieme volentieri anche perchè è molto disponibile a condividere molto della sua conoscenza. Così, gratificati dall’attenzione concessaci e da qualche altro assaggio, notevole il suo Nebbiolo d’Alba DOC, ce ne andammo con qualche bottiglia in più delle due che avevamo messo a budget.

Per chi scrive di vino partecipare a una vendemmia è sicuramente un passaggio obbligatorio. Per capire, vedere, e provare. Ma anche per raccontare. Così, ricordandomi della disponibilità del personaggio, gli feci la proposta: partecipare alla vendemmia del nebbiolo, e che nebbiolo, quello del suo Barolo Riva, dove Riva è il nome della vigna posta ai piedi dell’abitato di Verduno. Claudio Alario accettò di buon grado, eravamo agli inizi di settembre: a quel punto si trattava solamente di aspettare la sua chiamata, non prima di ottobre.

A fine settembre, visto che eravamo in zona, passammo a trovarlo per prendere accordi. Pur avendo lavorato tutta la giornata, era una domenica, ci portò subito a fare un giro per i suoi vigneti a bordo di un mezzo che difficilmente un milanese potrebbe pensare come adatto per girare tra vigne anche a forte pendenza: una Y10. E così ci portò a Costa Fiore, dove ha una vigna a dolcetto, e a Serralunga, alla sua nuova vigna di nebbiolo da Barolo dove aveva da poco messo a dimora le barbatelle. Anche questa volta, oltre ai mille sobbalzi e a manovre apparentemente impossibili, ci tenne compagnia per più di un’ora raccontandoci di tutto e di più. Soprattutto ci disse che per l’annata che era stata lui era davvero contento: tutto il lavoro fatto durante l’intera stagione stava dando i risultati sperati, nonostante le balordaggini meteorologiche. “Questo è l’anno in cui si vede chi ha lavorato bene” mi disse con una punta d’orgoglio, sottolineando che le uve erano davvero a posto, belle sane. E poi mi raccontò di essere stato invitato come espositore a una manifestazione a Merano, a novembre. “Ma è il Winefestival”, mica male però, non ci vanno proprio tutti. Ci lasciammo con l’accordo che ci saremmo risentiti entro una decina di giorni.

E quando tutto era quasi pronto, ecco la pioggia. Due giorni di pioggia che significavano vendemmia ritardata. Sentito per telefono era davvero tranquillo. “Quasi tutti hanno già vendemmiato”, mi disse, “hanno preso paura, ma io sono tranquillo”. Accidenti, pensai, o è un pazzo oppure il rischio è calcolato. Quattro giorni senza pioggia e l’uva era pronta. Previsioni del tempo non bellissime, ma nessun rischio di pioggia, e via, dopo avere comperato un paio di stivali di gomma. L’attesa per la vendemmia mi faceva pensare come la vita in campagna è lontana da quella di città: a Milano quando piove apro l’ombrello ma lavoro lo stesso e guadagno comunque, in campagna si vive al ritmo della natura, sole e pioggia si alternano normalmente con il rischio però di vedere un anno di lavoro rovinato, anche economicamente, se decide di piovere un giorno in più. Del resto, la frutta e la verdura non nascono mica in scatola!!

Claudio Alario, gentilissimo da par suo, procura anche l’alloggio a Diano d’Alba alla Locanda ‘d Batista, “Non è un sei stelle” mi dice per telefono. Giunti io e mia moglie, che non si spaventa di fronte al fango e alla fatica, a Diano d’Alba prendiamo visione della stanza e passiamo a trovare Alario che ha vendemmiato barbera tutto il giorno. Ci saluta calorosamente, sua madre è con lui.

“Ho appena finito di pigiare la barbera” mi dice. E si vede. La cantina sembra un campo di battaglia. E’ peraltro molto soddisfatto “L’uva era bella e sana” e ci diamo appuntamento per il giorno dopo. La convocazione è prevista per le sette in punto. Accidenti, quando ci siamo visti la volta precedente si parlava delle otto, assassino!! Ma non voglio fare la figura del signorino di città e accetto senza discutere. Una vendemmia richiede molte energie: e io e mia moglie le costruiamo facendo una gran cena alla Locanda, ottimi piatti a un prezzo decisamente economico, che per chi vive a Milano costituisce sempre una piacevole sorpresa.

La sveglia suona alle sei e dieci, bisogna anche fare colazione. Purtroppo per la Locanda è giornata di riposo, ma del resto nessuno si sarebbe alzato alle sei e mezzo per prepararci la colazione. L’unico bar aperto in zona è a Gallo di Grinzane Cavour, ma facciamo in tempo a presentarci da Alario alle sette in punto. Sua mamma, 75 anni, ci offre una tazza di caffè e ci mostra i tajarin che ha preparato il giorno prima per il pranzo di oggi. Si parte alle sette e un quarto, è ancora buio pesto, la giornata del resto è nuvolosa. Alario davanti con il trattore e rimorchio, noi dietro in macchina a venti all’ora, direzione Verduno, ci vogliono venti minuti.

La vigna non è particolarmente bella da vedere: è una vigna qualunque, piuttosto ripida, ma i grappoli non sono uva qualunque. Qui si fa il Barolo, e quello di Alario è buono, non potente, lui lo definisce “femminile”, ma molto piacevole e già quasi pronto quando lo fa uscire sul mercato. Lui fa parte del gruppo degli “innovatori”: barriques, macerazioni brevi, rimontaggi frequenti. Non sarà tradizione ma funziona.

Tornando in vigna, il primo lavoro da fare è scaricare le ceste vuote e metterle all’inizio di ogni filare. Già quest’operazione non è semplice perchè le ceste sono impilate e incastrate tra di loro, ci vuole forza e un po’ di furbizia, ma se ne viene a capo. Poi comincia la caccia al Pelaverga. Già, siamo a Verduno, in una vigna vecchia, e non c’è solo Nebbiolo, e non solo Pelaverga, ma anche Barbera. Le piante di Pelaverga sono da cercare con cura, il grappolo è violaceo e si riconosce abbastanza facilmente dopo qualche minuto di paziente addestramento. Di Pelaverga Alario fa qualche centinaio di bottiglie, con buoni risultati. Un altra cosa da imparare è riconoscere la muffa buona da quella cattiva, e anche qui ci vuole addestramento. E’ singolare il fatto che, con la mia ottica da cittadino abituato alla frutta perfetta, avrei pensato di scartare quasi tutti i grappoli o parte di essi. In realtà molta dell’uva è in sovramaturazione, ma sono cose che si devono vedere per capirle. I grappoli sono asciutti. Il nebbiolo è coperto di pruina, finora l’avevo letto solo nei libri e visto in fotografia. La caccia al Pelaverga comunque ci fa muovere su e giù per la vigna, che è grande tre giornate in tutto ma divisa in due appezzamenti diversi: la giornata è un’unità di misura piemontese che corrisponde a 3800 metri quadri circa, così denominata perchè rappresenta la superficie lavorabile in una giornata da un aratro tirato da una coppia di buoi. Il suo sottomultiplo centesimale è la tavola.

E’ una vigna in affitto, che Alario ha intenzione di rifare quando l’altro vigneto a Serralunga comincerà a produrre: avere tutte queste uve insieme lo obbliga a una gestione troppo complicata. Improvvisamente la vigna si popola di persone. Sono gli amici e parenti di Alario, tra cui la moglie, lo zio ottantaquatrenne, il cognato e la sorella. Ora che il Pelaverga è stato rimosso bisogna solo stare attenti alla Barbera, che però è piantata in filari ben precisi. A questo punto è un lavoro facile, e sotto con il nebbiolo. Le ceste si riempiono rapidamente ed è già ora di riempire il cassone del trattore, non prima di avere terminato di disporre le ceste a inizio filare anche nel vigneto inferiore, operazione che ci mostra tutta la perizia di Claudio Alario nella conduzione di trattore e rimorchio: che numeri. Ci racconta che ogni anno qualcuno ci lascia le penne, bisogna stare molto attenti.

Così caricate le ceste, dalla capacità di circa trenta chili di uva, Alario si dirige verso la cantina per la pigiatura. Noi restiamo per la vendemmia, che continua alacremente, lo scopo è terminare le operazioni per pranzo. E anche l’ultimo grappolo è stato reciso. Dopo che le ceste saranno state caricate sul trattore, che nel frattempo è tornato indietro, la vendemmia sarà giunta al termine. Ora Alario è davvero più tranquillo, anche l’ultima uva vendemmiata prende la strada della cantina. Ora ci aspetta il pranzo di festeggiamento: tutti quelli che hanno lavorato siedono alla stessa tavola, il menu è ricco, i tajarin conditi con pomodoro e salsiccia buonissimi, si parla dialetto principalmente, talvolta qualcuno traduce, ma l’abitudine al dialetto ha spesso la meglio. Si parla di cani da tartufi: il cognato di Alario è un cercatore di tartufi, e Alario scherzosamente lo rimprovera per non averne portati, provocandone l’ovvia reazione: “E dov’è il Barolo qui?” esclama. L’atmosfera è allegra, il Barolo arriva, si sta davvero bene anche se la conversazione spesso sfugge: è il post-vendemmia che mi sono sempre immaginato.

Ma non è ancora finita: resta il secondo carico di uva da pigiare. Prima Pelaverga, poi Barbera, e infine Nebbiolo vengono pigiati. Assisto all’innesco della fermentazione della barbera: i lieviti selezionati vengono riattivati in acqua tiepida e mescolati con sostanze azotate, il nutrimento che li aiuterà a non causare arresti fermentativi “Un prodotto eccezionale” dice Alario. Il tutto viene aggiunto al pigiato, con un azione di rimontaggio molto bella da vedere: il rubinetto del serbatoio di acciaio viene aperto e il contenuto versato in una vasca, che contemporaneamente viene reimmesso nel serbatoio dall’alto per mezzo di una pompa. Le variazioni di colore del pigiato che esce dal rubinetto sono affascinanti: si passa dal rosso, al viola, a un colore simile al nero quando insieme alla parte liquida escono le bucce. La vinificazione prevede quattro rimontaggi al giorno e fermentazioni a temperatura controllata tra i 28 e 30 gradi.

Alla fine esce anche il sole. Sarebbe stata una gran bella vendemmia con il sole, ma non lamentiamoci, in fondo non ha piovuto. Noi torniamo a Milano, abbiamo visto nascere il Barolo Riva 2002, magari otterrà grandi riconoscimenti, e io e mia moglie potremo dire “noi c’eravamo”. Mica roba da poco.

Riccardo Modesti
6 maggio 2003

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